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3 thoughts on “Partecipa

  1. Cultura e paesaggio, un concetto di “Italia” nella lunga storia dell’articolo 9

    A proposito di Italia, capita a volte di chiedersi quali elementi integrino una realtà territoriale e culturale così difforme. Certo la lingua, la letteratura, il gusto del vivere.. ma sempre più spesso si risponde che si tratta anche del culto della bellezza.
    Sono migliaia e quasi ovunque in Italia le opere d’arte in cui ci si imbatte quasi per caso senza chiudersi in un museo: un capitello, una piccola chiesa, una casa secolare o un parco di pregio… E intorno c’è il paesaggio, un paesaggio che ha sempre affascinato gli spiriti d’Europa e che nella sua varietà si é a lungo caratterizzato per la singolare armonia fra spazio urbano e campagna circostante, elementi distinti eppure integrati capaci di specchiarsi e valorizzarsi a vicenda.
    Questo culto del bello e del paesaggio è stato un sentire comune in Italia già molti secoli prima della sua unificazione, e ha dato vita a una Costituzione lungimirante preoccupata di tutelarlo proprio nell’articolo 9. Ora lo stiamo perdendo. E perdiamo così un elemento fondante della nostra identità collettiva.
    Vale la pena di soffermarsi sulla storia affatto peculiare dell’art.9 della Costituzione almeno per ricordare come siano davvero poche le Costituzioni che contengano una simile proposizione, ma non basta: i più convinti sostenitori della sua introduzione furono, tra tutti, due Costituenti di opposta cultura politica, un comunista e un democristiano. Il comunista si chiamava Concetto Marchesi e il democristiano Aldo Moro. C’è di più: entrambi traevano esempio, almeno nelle formulazioni concettuali di quell’articolo, anche da due leggi a tutela del paesaggio e del patrimonio artistico fortemente volute, nel 1939, dal ministro fascista Giuseppe Bottai! Per la redazione di quelle leggi Bottai chiamò a raccolta un nutrito numero di intellettuali di diverse tendenze, e si batté per sottrarre la gestione del patrimonio culturale nazionale all’esclusiva influenza dell’interesse privato. Da dove potevano trarre Bottai, Moro, Marchesi, Codignola e molti altri la loro ostinata determinazione alla tutela di questo patrimonio?
    Leggiamo a questo proposito qualche brano dal libro “Paesaggio Costituzione cemento” di Salvatore Settis (Einaudi 2010):
    Il paesaggio è la geografia volontaria che l’uomo plasma attorno a sé, perciò le belle contrade del paesaggio italiano hanno una nascita e una storia: da un lato il lento modellarsi del paesaggio per opera di contadini, feudatari e sacerdoti, dall’altro il gran discorrere sul paesaggio che coinvolge chi ci vive ma anche viaggiatori, scrittori, pittori.
    “Di dove viene che comunemente si dice che l’Italia affina i cervelli?” se lo chiedeva nel 1665 Gregorio Leti, calvinista bolognese esiliato in Europa: la domanda contiene in sé la risposta: a quella data si era già diffusa fra gli europei colti l’idea che la mescolanza di bellezze naturali e d’arte offerta dall’Italia non avesse pari.
    Percio’ nessuna educazione del cuore e della mente era completa se non comprendeva anche il Grand Tour (espressione del 1670) in Italia; in Italia, e non nella somma dei principati e repubbliche in cui si divideva: segno che i forestieri sentivano nell’aria l’identità culturale del Paese senza la quale l’unita’ politica non si sarebbe mai prodotta.
    Il carattere del paesaggio italiano era già in quel tempo causa di unità culturale della Penisola.
    Scorrendo “Leggi, bandi e provvedimenti per la tutela dei beni artistici e culturali negli antichi Stati Italiani 1571-1860”, subito si vede quanto diffuse e quanto simili fra loro fossero in tutta Italia le norme di tutela.
    Come mai gli stati italiani agirono nella stessa direzione? La risposta va cercata nella storia d’Italia, in particolare nell’orizzonte storico e culturale delle città che dal secolo XII elaborarono un concetto alto e forte di cittadinanza che coincideva con l’idea di far parte di una comunità ben governata. Tanta concordia non nasceva quindi da accordi interstatali ma da una comune, secolare cultura urbana, un identico senso della funzione civile della bellezza, una stessa tensione a trasmetterne i valori da una generazione all’altra.
    Questa eredità non fu mai sentita come patrimonio esclusivo di una sola città o Stato, ma traeva validità e legittimazione dal fatto di essere condivisa, anche perché tutti ne riconoscevano la radice comune nel diritto romano.
    Proprio come l’uso della lingua, che pur senza patti interstatali venne adottata in tutta la Penisola, anche la cultura della conservazione rappresenta uno dei principali fili di continuità della storia d’Italia, un dato essenziale del “codice genetico” degli Italiani.
    Normare la salubrità dell’aria, l’altezza delle case e i loro affacci sulle strade o vietare la dispersione delle collezioni private, fu considerato non solo possibile ma giusto ed equo in nome di un interesse superiore, poiché si ritenne che case e oggetti di proprietà privata acquistano un valore pubblico determinato dalla loro valenza estetica, storica e culturale.
    Il principio della pubblica utilità ha preso nuovo vigore dalla nuova concezione di sovranità, di cui è titolare non più il re o il principe, ma la Nazione, l’insieme dei cittadini, che sono eredi e proprietari del patrimonio culturale, sia nel suo valore monetario che come incarnazione della comunità di vita e della memoria storica, segno di appartenenza, cittadinanza e identità del Paese.
    E’ in questo senso che il patrimonio culturale -e paesaggistico- ha assunto in Italia prima che altrove una notevolissima funzione civile. Può averla ancora.

    (Parte di questa nota è stata oggetto di un reading nell’ambito di una “non istituzionale” celebrazione cittadina del 150° dell’Unità d’Italia a Mogliano Veneto)

    Mario Civelli

  2. Ho ricevuto via mail la Vs cortese richiesta di inserire come “articolo ex novo” il mio intervento “Cultura e paesaggio etc”; aderisco volentieri alla richiesta (come ho già comunicato in risposta alle mail in proposito) e Vi ringrazio per l’apprezzamento.

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